sabato 7 gennaio 2017

Mauro Biglino, tradurre la Bibbia senza esegesi

Se i traduttori sono figure senza voce propria per definizione, per certi versi Mauro Biglino lo è ancora di di più: traduce da una lingua morta e impenetrabile, l’ebraico antico, e si occupa di testi biblici, libri nei quali il traduttore è destinato a scomparire schiacciato tra sovrastrutture interpretative di cui non è semplice liberarsi, per formazione personale o per imposizione che sia. 

Tuttavia Mauro Biglino ha fatto del suo mestiere una bandiera: è uscito dalla proverbiale invisibilità del traduttore per rivendicare a gran voce l’importanza dell’onestà intellettuale in qualsiasi traduzione, e in particolare quando si tratta di testi estremamente lontani da noi nel tempo e per mentalità. Il suo approccio l’ha portato a confutare le esegesi ufficiali dei testi biblici in nome del rigore interpretativo e le sue ricerche sono sfociate in diversi libri nei quali mostra come una traduzione il più possibile letterale, coerente e priva di sovrastrutture cambi radicalmente la lettura di un libro “intoccabile” come la Bibbia.

Linguaenauti ha deciso di intervistarlo per ascoltare una voce originale nel panorama della traduzione italiana, sia per il genere di lavoro che affronta che per le passioni che suscita tra i traduttori del suo campo (e non solo). Inoltre, a dispetto di quanto potrebbero lasciar intendere i titoli un po’ sensazionalistici, i suoi libri non affrontano questioni spirituali ma sono ricchi di spunti linguistici e metodologici di grande ispirazione per gli appassionati di lingue e culture antiche in generale...


Lei traduce da una lingua antica, l’ebraico della Bibbia. Quando ha scelto di intraprendere questo genere di studi e come è diventato traduttore per le Edizioni San Paolo?

Dopo gli studi classici, in età già avanzata ho scelto di studiare l’ebraico per avere accesso diretto ai testi da cui viene fatta derivare la più importante religione dell’occidente: il cristianesimo, o forse sarebbe meglio dire il giudaico-cristianesimo. Ho studiato con un insegnate che mi è stato assegnato dalla comunità ebraica della mia città. Sono diventato traduttore per le Edizioni San Paolo perché, mentre traducevo per mio puro interesse personale, ho iniziato a interloquire con la casa editrice confrontandomi sulle traduzioni che stavano pubblicando nella loro collana Bibbia Ebraica Interlineare. 
Dopo una attenta verifica effettuata sul mio lavoro hanno iniziato ad affidarmi incarichi di tipo puramente redazionale e poi mi hanno richiesto traduzioni vere e proprie: la casa editrice cattolica ha pubblicato in due volumi diciassette libri dell’Antico Testamento da me tradotti secondo quanto previsto dalle precise lettere di incarico che ogni volta mi venivano trasmesse. Il lavoro si è interrotto nel 2010, non appena ho iniziato a raccontare e a pubblicare con Uno Editori ciò che mi pare di leggere veramente nei testi ebraici.

Quali sono le difficoltà principali che un traduttore deve affrontare di fronte a un testo come la Bibbia ebraica? Aveva idea di queste difficoltà prima di cominciare il lavoro? E pensa che alcune di queste caratteristiche si possano riscontrare a livello generale in altri testi in lingue antiche?

Il prof. Giovanni Garbini, docente di filologia semitica all’Università La Sapienza di Roma, ha scritto in uno dei suoi lavori che, in relazione alle lingue antiche, anche l’accordo di tutti gli studiosi sul significato di un termine non è garanzia di certezza. L’ebraico non fa eccezione. Come dimostrano secoli di discussioni sul significato di alcuni termini (come ad esempio quello che viene tradotto con Dio) la condivisione accettata della traduzione di singoli vocaboli o di interi versetti è ben lontana dall’essere realizzata. A fornire il quadro complessivo che sto presentando da anni, non è dunque la traduzione di questo o quel termine (spesso è addirittura intellettualmente più onesto non tradurli), ma l’insieme del contesto che restituisce al lettore disincantato una visione complessiva che non ha nulla a che vedere con la tesi monoteista e spiritualista veicolata dalle varie tradizioni teologiche, spesso diverse e tra loro contrastanti, che da secoli si contendono la presunta “verità” su quell’insieme assolutamente eterogeneo di testi che chiamiamo Antico Testamento. 

A mio parere, data l’incertezza che regna sovrana, la correttezza e l’onestà intellettuale richiedono un atteggiamento cauto, non a caso da anni vado dicendo che su quei libri si deve adottare il metodo del “facciamo finta che”: non abbiamo nessuna certezza su chi li ha scritti, non sappiamo come fossero scritti nella loro prima stesura (l’unica nostra certezza è che nel corso dei secoli sono stati oggetto di centinaia di variazioni), non sappiamo neppure come fossero letti in origine dato che sono stati scritti senza le vocali. In sostanza, ciò che non si può – e non si dovrebbe assolutamente – fare è utilizzarli per ricavarne verità assolute: sono proprio le difficoltà e le incertezze a indurre alla cautela.

I testi antichi sono soggetti a ritraduzioni periodiche per “aggiornare” la lingua e, in alcuni casi, l’interpretazione. In che modo cambia l’approccio al testo nel tempo e come aiutano in questo i nuovi strumenti a disposizione, come dizionari, glossari e commenti che raccolgono gli studi più recenti?

Dal 2010 vado dicendo nelle conferenze che le traduzioni sono cambiate nel tempo, stanno cambiando e cambieranno ancora. A titolo di esempio cito termini che sono necessariamente destinati a scomparire perché tutti gli studiosi sanno che le traduzioni sono errate o, sarebbe meglio dire, in alcuni casi volutamente falsate: SHADDAI, tradotto con onnipotente (vedere le note esplicative nella Bibbia di Gerusalemme), OLAM, tradotto con eternità (persino nei dizionari – come quello della Società Biblica Britannica – si scrive che quel termine non deve essere tradotto con eternità); BARA, che viene tradotto con “creare dal nulla”, un concetto che nella Bibbia è assente (vedere ad esempio quanto sostiene la teologa Ellen van Wolde e/o quanto detto dal docente di teologia nell’incontro pubblico avvenuto a Milano il 6 marzo, la cui trascrizione integrale è scaricabile gratuitamente dal sito unoeditori.com). Cito ancora, ultima ma non certo per importanza, la tradizionale profezia di Isaia 7,14 sulla “vergine che concepirà e partorirà un bimbo”, che sta per scomparire dalle nuove Bibbie curate dalla Conferenza Episcopale Tedesca, che dal 2017 daranno conto del contenuto corretto testo ebraico, che in effetti non la contiene.

Lei afferma di aver tradotto la Bibbia “letteralmente”. Crede che sia davvero possibile tradurre un testo “così com’è” (e in particolare un testo molto lontano dalla nostra mentalità attuale), oppure ogni traduzione lascia un margine all’interpretazione? E in tal caso, quanto conta l’intervento del traduttore in un testo complesso come la Bibbia in ebraico?

Tenute nel debito conto le considerazioni riportate nella seconda risposta, tradurre “letteralmente” significa sforzarsi di evitare ogni interpretazione intenzionale (come quelle da sempre elaborate dalla esegesi spiritualistico-teologica) e tentare di riportare il significato originario dei termini così come indicato nei dizionari di etimologia ebraica. Come già ho detto, ci sono termini su cui l’esegesi discute da secoli senza addivenire ad un significato concordemente accettato e sono termini di non poco conto; Elohim, Yahweh, ruach, kavod ecc… Sono vocaboli che quindi sarebbe bene non tradurre; quando li si incontra bisognerebbe limitarsi a leggere con molta attenzione i contenuti dei vari contesti in cui sono presenti: lo faccio spesso nelle conferenze e il risultato è sorprendente ma soprattutto illuminante. 

Riporto un solo esempio: Elohim (plurale) viene tradotto con “Dio” (singolare), anche se la stessa esegesi ebraica afferma che nella lingua biblica non esiste alcun termiche che abbia significato di “Dio” inteso come oggetto di venerazione, questo è infatti un concetto che la teologia ha mutuato dal pensiero greco applicandolo poi forzosamente ai testi ebraici. Nel tradurre “letteralmente” cerco di evitare di comportarmi come gli esegeti che hanno, come è comprensibile, la necessità di trovare nel testo le conferme alle loro tesi: pertanto nell’incertezza evito di tradurre e mi limito a raccontare ciò che narra il contesto nelle varie situazioni. Tradurre “letteralmente” significa quindi anche “fare finta che” ciò che è scritto sia vero nel significato letterale dei termini e osservare con distacco ciò che ne emerge. Ovviamente non ci possono essere pretese di verità in un testo simile ma il quadro che emerge da questa scelta metodologica apertamente dichiarata ha una sua coerenza intrinseca e non necessita di categorie interpretative come ad esempio quella del “mistero”. 

Come ho documentato nella risposta precedente le traduzioni sono destinate a divenire sempre più rispettose del testo e questo conferma la validità della scelta di procedere con una traduzione letterale, libera cioè da interpretazioni e chiavi di lettura pregiudizialmente teologiche, e col “fare finta che” sia vero ciò che è letteralmente scritto, anche quando, come spesso succede, ciò che leggiamo contrasta nettamente e irriducibilmente con le tesi dottrinali diffuse da secoli. Lo stesso metodo che applico ai testi greci che sto analizzando in parallelo con la Bibbia nei libri che pubblico con Mondadori: è il metodo che amo definire Schliemann, lo studioso autonomo che, noncurante di tutti i tentativi di farlo passare per un folle, ha “fatto finta” che i poemi omerici fossero basati su una storia vera. Lo stesso ha fatto lo studioso italiano Felice Vinci e sappiamo bene che risultati straordinari sono stati conseguiti con questo metodo. Io lo sto applicando alla Bibbia: il risultato è altrettanto sorprendente.

Cosa le ha insegnato la sua esperienza di traduttore, a livello metodologico, deontologico e anche personale? Che consiglio può dare ai traduttori che si trovano a ritradurre testi molto noti, sia antichi che moderni (come i grandi classici)?

La mia esperienza mi ha portato a pensare che gli antichi avevano un obiettivo: registrare e mantenere nella sostanza la memoria di fatti realmente accaduti; eventi importanti perché concernevano le loro origini e la loro stessa esistenza come popolo. Per il resto, non posso pretendere di dare consigli: sarebbe presuntuoso da parte mia. Mi limito pertanto ad affermare che l’onestà intellettuale di chi si accosta a dei testi antichi in genere, e a quelli considerati “religiosi o sacri” in particolare, si concretizza nel prevedere e seguire un percorso corretto: avere la mente libera da preconcetti e cercare di capire cosa c’è realmente scritto, senza tentare di trovare, spesso forzatamente, conferme a ciò che già pensa. Il traduttore dovrebbe quindi sforzarsi di “contare” il meno possibile.


Mauro Biglino ha tradotto per le Edizioni San Paolo diciassette libri del testo masoretico della Bibbia (I profeti minori e I cinque Meghillôt, 2010) e ha pubblicato diversi libri in cui espone i risultati del suo lavoro di traduzione, tra cui Antico e Nuovo Testamento. Libri senza Dio (Uno Editori, 2016), La Bibbia non parla di Dio e Il falso testamento (entrambi Mondadori, 2015 e 2016). 

È inoltre coautore di Elohim, una serie di graphic novel basate sui suoi libri e sulla teoria della paleoastronautica (Uno Editori).




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