giovedì 28 aprile 2016

Il fenomeno della paralisi nel sonno: interpretazioni folkloriche e ipotesi recenti

La paralisi nel sonno, detta anche paralisi ipnagogica, è un disturbo del sonno in cui, a cavallo tra il sonno e la veglia (quindi nel momento prima di addormentarsi o nell’istante precedente il risveglio) ci si trova improvvisamente impossibilitati a muoversi. Il più delle volte, da quanto afferma chi soffre di questo disturbo, la paralisi ha inizio con una sensazione di formicolio che attraversa il corpo, arrivando fino alla testa, al cui interno il soggetto avverte una specie di ronzio «come di uno sciame d’api» oppure un suono simile a quello di una lavatrice o ancora un «battere e stridere di oggetti metallici».

Spesso la vittima di tale esperienza prova a gridare per chiedere aiuto, riuscendo tutt’al più a sussurrare debolmente, provando inoltre la sgradevole sensazione di sentire la propria voce soffocata da qualcosa di anomalo. Sovente, se la vittima si trova a letto con qualcuno, quest’ultimo non può accorgersi di nulla, al punto che sovente nemmeno i fenomeni più disturbanti (suoni e rumori terrificanti, voci incomprensibili, talvolta persino strane luci innaturali proveniente dall’esterno) riescono a destare l’attenzione di chi non subisce l’episodio in prima persona. 
Può anche capitare che il succube (che, se un tempo era il nome per indicare la misteriosa entità causante il fenomeno, ora è invece il termine con cui la scienza medica si riferisce alla ‘vittima’) oda voci familiari—o, talvolta, persino ‘demoniache’—chiamarlo, o discutere tra di loro alle spalle del soggetto o, peggio ancora, sussurrargli vicino al collo, spesso da dietro le spalle, con voce inquietante...

mercoledì 27 aprile 2016

Essere saggio vuol dire ignorare con intelligenza

Il saggio non è colui che accumula molta conoscenza o esperienze, piuttosto è colui che sa usare efficacemente tutto ciò che ha appreso e che è capace di ignorare le cose inutili, che non gli permettono di crescere per migliorare come persona. È colui che sa distinguere tra un peso e ciò che gli offre energia.

Vivere, in fin dei conti, è anche fare economia e capire quali sono le cose importanti. Ecco, sembra che la maggior parte di noi non applichi questa semplice regola: secondo uno studio portato a termine dall’Università di Harvard, le persone hanno la sorprendente capacità a concentrare l’attenzione su cose “che non stanno succedendo”.
Ci preoccupiamo di aspetti non importanti, minando la nostra capacità di essere felici nel “qui e ora”.

La prima regola della vita ci indica che le persone più sagge sono quelle che sanno essere felici e che sono capaci di eliminare dalla loro esistenza tutto quello che le danneggia e che non è utile.

L’arte di saper ignorare non è affatto facile da mettere in atto nella nostra vita quotidiana. Questo succede perché ignorare implica in molti casi allontanarci da certe situazioni o anche certe persone. Siamo messi davanti ad un atto di puro coraggio, che viene preceduto sempre da una scelta intelligente. Vi invitiamo a rifletterci su...

martedì 26 aprile 2016

L'eclatante menzogna della crescita come panacea di tutti i mali della società.

Mirco Mariucci
Con questo breve saggio intendo smentire con la forza della ragione quei millantatori che presentano la tesi del "creare più lavoro facendo crescere l'economia" come se fosse una panacea per tutti i mali della società.

La crescita del PIL, e il relativo aumento dei consumi, forse risolveranno temporaneamente la crisi occupazionale, ma di certo incrementeranno anche l'impatto ambientale e condanneranno gli esseri umani ad un lavoro totalizzante.
E tutto ciò dovrebbe accadere in un mondo con un ecosistema già fortemente compromesso, dove i lavoratori devono sacrificare 8 ore al giorno della propria unica esistenza per il lavoro, bene che vada, a prescindere dalla propria volontà.

Ma che senso ha far crescere l'economia se poi questa crescita non si traduce in un maggior tempo libero, in un minor inquinamento ambientale o in un qualche incremento di felicità per l'umanità?
Inseguiamo ciecamente la crescita economica, ma ci siamo mai fermati un istante a domandarci se questo processo sia sostenibile?

La risposta non può che essere sì, nel breve termine, e no, nel lungo termine. Viviamo in un mondo finito ed è fisicamente impossibile che la crescita dell'economia possa continuare in modo indefinito..

lunedì 25 aprile 2016

Geoingegneria, le 15 domande a Giorgio Pattera

0) La domanda prima non può che essere ovvia per chi non la conosce, chi è Giorgio Pattera?

Giorgio Pattera è nato a Parma il 20 maggio 1950.
TITOLI di STUDIO:

- Diploma di Maturità Classica (Liceo-Ginnasio Statale <<G.D.Romagnosi>>; Parma, 1969)
- Diploma di Tecnico di Laboratorio di Indagini Cliniche (Ospedali Riuniti di Parma, 1975)
- Certificato d’Idoneità di Tecnico di Laboratorio Coordinatore (Liv. VII) c/o l’Istituto
- Zooprofilattico Sperimentale della Lombardia e dell’Emilia (Brescia, 1990)
- Diploma di Laurea in Scienze Biologiche (Università degli Studi di Parma, 1990)
- Diploma di Abilitazione all’Esercizio della Professione di BIOLOGO (Università degli Studi di Parma, 1992)
- Iscrizione all’Ordine Nazionale dei Biologi – Elenco Speciale n.° 006792 (Roma, 1995)
Nel 1988 riceve dal Prefetto di Parma il Decreto Provinciale di Guardia Ecologica Giurata Volontaria e nel 2000, ottiene il riconoscimento dell’Assessorato Regionale Ambiente dell’Emilia-Romagna, per la permanenza ultradecennale nel volontariato del Servizio di Vigilanza Ecologica.
Dal settembre 2004 è iscritto all’Albo dell’Ordine Nazionale dei Giornalisti di Bologna.
Ha iniziato l’attività lavorativa all’Istituto di Microbiologia dell’Università Cattolica “S.Cuore” di Roma, presso il Policlinico “GEMELLI” e successivamente come Tecnico di Laboratorio c/o Ospedale Civile di Fidenza.
Infine ha prestato servizio per oltre 35 anni presso i Laboratori d’Analisi dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria di Parma, con la qualifica di Tecnico d’Indagini Bio-Mediche. In un secondo tempo è stato distaccato nella Direzione Sanitaria dell’Ospedale “Maggiore”, ove ha ricoperto la funzione di Capo-Tecnico Coordinatore...

sabato 23 aprile 2016

Verbitsky: non fidatevi di Bergoglio, è un grande attore

Questo articolo è stato pubblicato il 16 marzo 2013, tre giorni dopo l'elezione del papa.
Catherine


Fare la predica ai cattivi, con un unico obiettivo: evitare che i buoni si ribellino davvero. «Quando celebrerà la sua prima messa in una via di Trastevere o nella stazione Termini di Roma, e parlerà delle persone sfruttate dagli insensibili che hanno chiuso il loro cuore a Cristo», avverte Horacio Verbitsky, «ci sarà chi si dichiarerà entusiasta del tanto invocato rinnovamento ecclesiastico».

Ma guai a lasciarsi fuorviare dalle parole di un “professionista” consumato come Jorge Bergoglio, ammonisce il prestigioso giornalista argentino, grande accusatore del nuovo pontefice «populista e conservatore», pronto a soccorrere i poveri solo dopo aver fatto terra bruciata attorno ai veri difensori del popolo, civili e religiosi. 

Il copione del film è già scritto: «I giornalisti amici racconteranno che ha viaggiato in metro o in bus», e i fedeli «ascolteranno le sue omelie recitate con i gesti di un attore nelle quali le parabole bibliche coesisteranno con la parola chiara del popolo». Tutto questo, mentre le redazioni di Buenos Aires vengono tempestate di telefonate: i parenti dei desaparecidos sono indignati, addolorati, amareggiati...

venerdì 22 aprile 2016

La neolingua del potere

Giuseppe D’Avanzo

LA DISTRUZIONE del linguaggio è la premessa di ogni futura distruzione. Se si ricorda il presagio di Karl Kraus, è indispensabile esaminare nei suoi esiti più radicali la semplificazione del discorso pubblico del governo che appare così vincente e convincente da far sostenere che «la democrazia contemporanea è più vicina a un format che a un complesso strutturato di regole»; che «la sinistra» deve darsi da fare, lungo questa strada semplificatoria, per sopravvivere nell’èra del «pensiero sbrigativo»; che «ridotta a format, l’offerta politica contemporanea fa riaffiorare mitologie che appartengono agli strati più remoti della rappresentazione del potere».

Credo tuttavia che il ragionamento sarebbe monco se non ci chiedessimo anche che cosa cova quella diluizione superficiale del linguaggio. Quale pensiero, potere e democrazia annuncia quell’alienazione della parola che, colonizzati dalla cultura televisiva, diciamo format? Quella lingua, che non riconosce alcuno statuto alla realtà, che riduce drasticamente ogni complessità (anche lessicale), è soltanto una mera tecnica di consenso o custodisce di più: una strategia e addirittura un destino politico? Temo che l’entusiasmo per le magie del marketing politico trascuri pericolosamente l’«Ospite Indesiderato» che, nascosto nel format, bussa alla porta della nostra democrazia. Desiderosi di consigliare a un’opposizione impotente e muta i modi di una «narrazione» efficace e spendibile al Mercato della Politica diventata Spettacolo e nuovo Leviatano, non scorgiamo – quando non ne ignoriamo – le implicazioni. Omettiamo l’essenziale. Non avvertiamo che la semplificazione brutale del linguaggio della politica cancella ogni spazio politico. Qui si potrebbe farla lunga. Citare Aristotele. Ricordare che l’uomo è animale politico perché parla. «L’uomo è zoon politikon, ma è tale perché echon logon. È animale politico perché linguistico: è la comunicazione a gettarlo nella polis. Imparare a parlare significa cominciare a obbedire alle leggi non scritte della città. Più precisamente, significa cominciare a prendere partito, ad appartenere e a escludere, a tracciare dei confini»...

giovedì 21 aprile 2016

Democrazia?

Siamo tutti vivamente convinti di vivere in un sistema democratico. Tanto sono riusciti a fare decenni di propaganda in questo senso. Spesso sentiamo espressioni come “difendere i valori democratici”, “indire elezioni democratiche”, “sistema democratico di voto”, “paesi democratici” e così via.

Ma viviamo davvero in paesi democratici? A pensarci bene la risposta è tanto immediata quanto ovvia. Democrazia significa governo del popolo, come tutti sanno. Tuttavia nei nostri sistemi a governare non è il popolo. Il popolo elegge chi dovrebbe governare. Ma questo non è governare, è soltanto scegliere chi debba farlo. Quindi la nostra non è democrazia.

Nella Grecia Antica, dove nacque questa espressione, a governare era davvero il popolo, per come il greco dell'epoca lo intendeva, cioè escludendone le donne e gli schiavi. Questo “popolo” poteva decidere sui temi di interesse generale e votare su tutte le questioni. Al di là del significato, per noi oggi molto discutibile, che si attribuiva alla parola “popolo” c'è da dire che per i greci una cosa era abbastanza chiara. Governa chi esercita effettivamente il potere di scelta su questioni che riguardano tutta la comunità, “di interesse nazionale”, diremmo noi oggi....

Noi non esercitiamo questa scelta. L'unica scelta è quella di mettere una croce su un simbolo ogni cinque anni. E questo non vuol dire decidere un bel niente. Quando votiamo non decidiamo quale debba essere il sistema sanitario del nostro paese, né l'atteggiamento da avere in politica estera e nemmeno la tipologia di prelievo fiscale....